Vi spiego perché la mia moto non è solo un “pezzo di ferro”

Prima o poi succede. Arriva quel momento. Quello in cui senti di essere pronta per il grande salto. Vuoi di più: una nuova compagna di viaggio che ti assecondi e ti faccia superare nuovi limiti. E allora vai, decisa, entusiasta, elettrizzata. Non stai più nella pelle e hai solo voglia di possederla. Ma…

…mentre sei inebriata da questa nuova vena adrenalinica senti qualcosa dentro di te che smorza questo entusiasmo. Qualcosa che ti lascia nel cuore un po’ di malinconia. E cominci a pensare a lei. Alla tua vecchia compagna di avventure.

Già, perché in fondo “la moto non è solo un pezzo di ferro, anzi, penso che abbia un’anima” diceva Valentino Rossi. E lo penso anche io.

Che sia ancora sfavillante o solo un “ferro vecchio”, lei ha un cuore, che batte all’unisono con il nostro e che ci mette in difficoltà quando dobbiamo abbandonarla. In fondo è stata la nostra compagna di viaggi, di emozioni, di suoni, di colori e profumi, che con pazienza e dedizione ci ha insegnato tutto quello che poteva. E anche se chiuse nel nostro casco, lei ci ha sentito cantare, gridare, ridere e urlare, e conserva in silenzio i nostri segreti più intimi.

Non so se ci avete mai fatto caso ma spesso è la protagonista delle foto delle nostre uscite, dei nostri viaggi. Chi di voi ha l’abitudine di farsi le foto con l’auto ogni volta che si ferma? Con l’auto no, ma con la moto… beh, è tutta un’altra storia!

Ed è per questo che quando decidiamo di cambiarla diventa una lotta tra il “le voglio troppo bene” e il “però, quasi quasi…”. E allora che fai? Resti con lei o la lasci andare per proseguire il tuo cammino con un’altra compagna?

Ad un certo punto succede che dentro di te scatta qualcosa e viene fuori il lato oscuro del motociclista, quello che ti fa osare di più e ti fa venir voglia di superare i tuoi limiti, le tue paure, le tue insicurezze.

Ed è quello che è successo a me. Sono io ad essere cambiata, me ne rendo conto, volevo provare qualcosa di nuovo, andare oltre. Non mi bastava più quello che mi dava. E quindi, sono io che l’ho tradita.

L’ultimo viaggio, quello verso il concessionario per ritirare la sorella più grande, è stato attraversato da mille emozioni e sensazioni. Direi quasi surreale: ero appena salita sulla moto che a un tratto ero già arrivata. Credo abbia guidato lei, non io. Aveva già capito tutto.

Il tempo di definire qualche dettaglio e… “ecco Michela, la moto è pronta!”. Il meccanico comincia a spiegarmi tutte le nuove funzionalità: la mappatura, rain, standard o race, il selettore per il controllo della trazione, e via così.

Beh, io davvero non riesco a descrivere il momento. Mi sentivo i suoi occhi piantati nella schiena: lei era lì dietro di me che mi guardava e io che mi sentivo davvero in difficoltà. Sono partita ma, come la “gioconda”, lei mi seguiva con lo sguardo. Ho accelerato per scomparire dalla sua vista, lo confesso. Prima, seconda, terza e…via lontano. Non reggevo il senso di colpa che provavo per aver abbandonato una vecchia amica.

Sono passati diversi mesi da allora, è arrivato l’inverno e lei se ne sta al caldo in garage. Ma io penso spesso a lei e a tutte le moto che ho avuto prima di lei, ai pezzi di strada e di vita che ho fatto con loro, perché tutte mi hanno lasciato qualcosa. Tutte mi hanno insegnato qualcosa senza chiedermi mai niente.

Chi non è motociclista non può comprendere il nostro sentire, non conosce l’affetto che proviamo per “quel pezzo di ferro”. Non si ferma a vedere un paesaggio mozzafiato e scattarsi una foto assieme a lei. E, sicuramente, non la guarda negli occhi e non le sussurra all’orecchio come facciamo noi.

Dedicato a Ginny.

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